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Debito dei Paesi emergenti: opportunità o trappola?

Spread allettanti sì, ma per un risparmiatore italiano contano valuta, costi e forma-prodotto.

Il debito dei mercati emergenti torna ciclicamente nei radar quando i rendimenti globali si stabilizzano: yield più alto, cicli economici asincroni, diversificazione. La stampa internazionale suggerisce un rinnovato interesse, specialmente dove le banche centrali hanno già tagliato i tassi e gli spread restano sopra la media storica.


Per un investitore italiano la prima domanda è in che valuta. Le obbligazioni in valuta forte (USD) offrono rischio cambio a carico dell’emittente ma espongono il fondo all’andamento del Treasury; le emissioni in valuta locale danno extra-rendimento, però trasformano il rischio cambio in carico all’investitore. Le soluzioni UCITS spesso propongono share hedged in euro: sono utili, ma l’hedge ha un costo ricorrente e va valutato.


Sul piano regolamentare/fiscale italiano: gli OICR/ETF UCITS in titoli esteri scontano l’imposta sostitutiva al 26% sui proventi/capital gain; sui dossier titoli esteri grava anche l’IVAFE (0,2% annuo sul valore). Valuta se l’extra-yield netto giustifica il rischio di credito e di liquidità del sottostante. Evita prodotti illiquidi, controlla TER e politiche di replica (fisica vs sintetica).


In sintesi: l’asset class può funzionare come satellite di portafoglio, non come core. Per ridurre il rischio specifico ha senso puntare su fondi/ETF UCITS diversificati, preferibilmente con criteri di qualità/ duration controllata, e introdurla gradualmente, monitorando spread e flussi.


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